Macerata è femminile ma non è donna

May 9, 2005, 10:28 am

MACERATA – Perché il presidente della Provincia non si chiama Giulia? Perché il sindaco non si chiama Giorgia? Perché a Macerata il Rettore dell’Università, il presidente di Confindustria, il presidente del Tribunale, il direttore dell’ospedale, il direttore dell’Asur e di tutti gli altri enti più importanti – pubblici o privati che siano – sono uomini? Se in altre zone d’Italia si riesce a trovare qualche donna al potere, nelle Marche e in particolare a Macerata è quasi impossibile. Quasi inimmaginabile visto che il dato non sorprende neppure: ad affidare cariche importanti alle donne non ci si pensa proprio. Viviamo in una città tradizionalista, ancora molto democristiana (basta vedere i risultati, peraltro scontati e quasi obbligati, delle ultime elezioni) e poco all’avanguardia. Una città che va avanti con la filosofia del “chi va piano va sano e va lontano”. Una città concreta, che rischia poco e non guarda lontano. In questo contesto cercare una donna al potere è come cercare un ago in un pagliaio. E quando la trovi ti accorgi che non è maceratese. Si chiama Katia Ricciarelli, è nata a Rovigo, vive a Roma, è l’ex moglie di Pippo Baudo e nel 2004 è diventata direttore artistico dello Sferisterio. Un direttore artistico molto discusso, molto criticato (anche giustamente, perché alla fine a parlare sono i numeri) ma comunque innovativo. Un aggettivo, quest’ultimo, che non fa rima con Macerata.

“A scuola c’è la parità, Ma nel lavoro e nella politica si incontrano serie difficoltà. I politici si ricordano delle donne solo al momento di fare le liste, perché sono obbligati”. Parole di Barbara Pojaghi – docente universitario ed ex presidente del consiglio comunale – in occasione della festa della donna. Parole sacrosante, che hanno trovato l’ennesima conferma alle recenti consultazioni elettorali dove le candidate erano poche, hanno preso pochi voti, anche perché nella maggior parte dei casi sono state inserite nelle liste solo per fare presenza e per colmare un vuoto. Alla fine solo due donne sono entrate nel consiglio comunale (il candidato sindaco Anna Menghi e Deborah Pantana, di Forza Italia). Due donne su quaranta consiglieri sono poche, troppo poche. Solo due anche i sindaci “in rosa” in provincia: Sabrina Ricciardi a Pollenza e Maria Gabriella Maggi a Bolognola. Per il resto, gli altri 55 comuni maceratesi sono guidati da uomini. Ma l’aspetto più preoccupante è che tutto ciò non sorprende. “Il gentil sesso è ben rappresentato negli enti – si legge in un recente comunicato stampa della Provincia -. In tutto sono 174 le donne che hanno cariche istituzionali o ruoli amministrativi negli enti locali del Maceratese”. Senza specificare, però, che questi sono quasi esclusivamente ruoli di secondo piano. E’ vero che il presidente della Provincia Silenzi ha scelto tre assessori donna. Ma quanta libertà di azione hanno? La verità è che bisognava avere delle donne in Giunta e ora ci sono.

Il “gentil sesso” non era presente tra gli assessori comunali della prima Giunta Meschini. Ora ne sono stati aggiunti due, da sei sono passati ad otto, e tra questi figura anche una donna: Federica Carosi, sarà pure brava e competente, ma la verità è che è stata scelta solo perché è donna e bisognava averne una tra gli assessori. Nella nostra città più che una risorsa le donne sono considerate come un problema o peggio come un tassello da inserire nel difficile puzzle della costruzione di una nuova Giunta, o nella vita pubblica in generale. Bisogna poi vedere se alle poche che ci sono viene e verrà data fiducia. Perché il problema è proprio questo: a Macerata molte donne hanno paura di ricoprire cariche importanti, e molti uomini hanno paura ad affidargliele. E farlo solo perché bisogna farlo è ancora peggio che non farlo.
Matteo Zallocco

FOCUS – LA DISOCCUPAZIONE E’ “ROSA”

MACERATA – Alla fine del 2004, nella nostra provincia l’indice di disoccupazione si è attestato al 5,3%, evidenziando una lieve tendenza al rialzo. Una crescita che riguarda soprattutto le donne, visto che – scomposto – dà un valore del 7,3% per le donne e del 3,8% per gli uomini. Il trend, insomma, è negativo, soprattutto sul versante femminile. Siamo quasi tornati ai livelli del 2000 quando l’indice di disoccupazione femminile era pari all’8,7% e quello maschile al 3,8%; nel 2001 le cose migliorarono (5,7% e 2,9%), e ancor più nel 2002 (5,3% e 2,3%), poi è iniziata l’inversione di tendenza. Il problema è che si è fatta sentire fortemente la crisi del comparto calzaturiero, dove molti occupati sono proprio donne, espulse dal lavoro e che difficilmente trovano una nuova collocazione.

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