Ciabattoni e monachelli

February 16, 2006, 10:08 pm

Venivano chiamati la “carne dei poveri” e per la loro ricchezza in proteine, hanno costituto il sostentamento di molte famiglie in un recente passato. Sono i legumi come ceci, lupini, cicerchia e fagioli. Quasi tutti potevano essere essiccati e, grazie alla loro conservabilità, utilizzati anche in inverno, quando i prodotti freschi disponibili erano scarsi.In Italia, malgrado che dal dopoguerra si sia registrata una progressiva e inesorabile contrazione delle superfici destinate a queste leguminose, sono ancora coltivati e nelle Marche come in altre regioni italiane, oltre alla coltivazione per uso famigliare praticata negli orti, si è recentemente diffusa, soprattutto nelle aree di pianura irrigua, la coltivazione del fagiolo di tipo “borlotto” destinato all’industria dei surgelati. Il cambiamento delle abitudini e dei consumi alimentari della popolazione ha portato alla diffusione di coltivazioni di varietà di fagioli per l’industria, con conseguente contrazione della variabilità genetica e quindi delle varietà di fagiolo coltivate. Se in passato parte dei legumi erano conservati per la semina dell’anno successivo, la distribuzione commerciale delle sementi ortive ha quasi completamente sostituito il reimpiego aziendale per cui attualmente è possibile reperire sul mercato quasi esclusivamente fagioli di tipo borlotto o cannellino, mentre l’enorme varietà di popolazioni locali che in passato ogni agricoltore conservava gelosamente è confinata all’interno di piccoli orti familiari e rischia di scomparire per sempre.

Il CERMIS di cui abbiamo parlato recentemente, ha realizzato un progetto biennale “Sperimentazione e recupero di produzioni agricole ed agroalimentari”, finalizzato alla valorizzazione del territorio e alla salvaguardia della biodiversità attraverso la realizzazione di produzioni tipiche, economicamente sostenibili, legate ad elementi di interesse storico, culturale e sociale. Nell’ambito del progetto di recupero, è stato possibile raccogliere testimonianze della coltivazione alcune varietà locali di fagioli, perfettamente adattati al loro ambiente e con peculiari caratteristiche organolettiche e sensoriali. La ricerca è stata realizzata presso biblioteche locali tra cui l’Accademia Georgica di Treia, la Biblioteca Egidiana di Tolentino, la Biblioteca Comunale di Macerata “Mozzi Borsetti”, la Biblioteca Statale di Macerata e altre istituzioni tra cui l’Archivio della Fondazione Giustiniani Bandini e gli Archivio di Stato di Macerata, e di Camerino. Dalla consultazione di riviste specializzate, siti internet e da interviste alla popolazione più anziana, si è venuti a conoscenza di alcune varietà di fagioli sconosciuti alla maggior parte dei consumatori. Quanti sanno che esiste il fagiolo di Laverino? E’un tipo di fagiolo prodotto nell’area di Fiuminata di cui già nel 1811 si parlava per le sue particolari caratteristiche culinarie. Il Comune di Fiuminata sta incentivando la produzione da parte degli agricoltori della zona con contributi economici, e promuovendo una manifestazione incentrata sugli aspetti culinari di questo particolare prodotto. Poi abbiamo il Cenerino del lago di Colfiorito, da testimonianze orali è stato accertato che dalla metà del 1900 questo fagiolo veniva coltivato nell’area di Serravalle del Chienti. Si chiama fagiolo Monachello, un fagiolo che da testimonianze orali è stato accertato fosse presente dalla metà del 1900 nell’area dei Sibillini (Castelsantangelo sul Nera). I fagioli De Li Rotelli, negli anni ’50-‘60 erano molto coltivati lungo il corso del fiume Potenza nell’area di Passo di Treia e nella frazione Rotelli di Pollenza.

E il ciabattone o fagiolo turco?. Molti anziani agricoltori ricordano che il seme era stato loro consegnato dai genitori. E per concludere non dimentichiamo il fagiolo della Regina Alto e il fagiolo della Regina Basso coltivati in diverse zone del maceratese. L’obiettivo del progetto realizzato dal CERMIS era far emergere il legame inscindibile fra le varietà locali di fagiolo e il territorio maceratese per dimostrarne la tipicità. L’indagine, i cui risultati sono stati illustrati in una pubblicazione ha permesso di verificare l’origine e la diffusione sul territorio delle diverse varietà di legumi sopra-citati, le tecniche colturale adottate, la loro trasformazione e utilizzazione tradizionale. Alcune aziende e agriturismi nelle aree descritte hanno iniziato la vendita diretta del prodotto essiccato e/o hanno inserite le diverse varietà di fagioli nei loro menu’ allo scopo di farle conoscere e apprezzare ai consumatori e turisti. E adesso un indovinello, sapete riconoscere i nomi dei fagioli nella foto?

Fonte immagine: Cermis.it

by giovi

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