Le uova toste di Giacomo Leopardi

April 13, 2006, 10:22 am

Di Giacomo Leopardi e delle sue passioni culinarie abbiamo già scritto. E torniamo ad occuparci del grande poeta che il 17 marzo 1826 scriveva alla sorella Paolina: “Salutami il curato e don Vincenzo e dà loro a mio nome la buona Pasqua, che io passerò senza uovi tosti, senza crescia, senza un segno di solennità”. Il 31 marzo 1828 scriveva ancora: “A proposito di Pasqua, vi raccomando quelle povere uova toste, che non le strapazziate quest’anno: mangiatevele senza farle patire e non siano tante. La crescia cui allude il Leopardi, conferma l’editore Moroncini, era “una torta pasquale di cui si fanno a Recanati” – ma potremmo aggiungere in tutto il Maceratese e nel resto della regione- “due specie: una dolce e una più caratteristica, infarcita di cacio pecorino e pepe; gustosa, è vero, ma per mandarla giù bisogna innaffiarla con qualche boccale di vino.” (Epist., III, 752). La corrispondenza del poeta ci ricorda le uova, grandi protagoniste delle tradizioni pasquali. “Non c’è Pasqua senza uova” dice a proposito una massima popolare. Le uova entravano come ingredienti, come avviene tuttora, in numerose ricette pasquali, nella preparazione di frittate alle erbe, pizze sia dolci che salate ed erano usate per indorare le fette di pane da tuffare nella minestra in brodo. Dopo le rinunce della Quaresima, la Pasqua con i suoi tre giorni di festa, oltre al senso liturgico, trovava piena affermazione sulla tavola. Tra i dolci pasquali marchigiani sono inclusi la ciambella frastagliata preparata nei comuni ai piedi del monte San Vicino e la ciaramilla urbinate. Nel maceratese e ascolano, tra i dolci tipici vi sono le ciambelle con gli anici. A Camerino era usanza preparare una ciambella chiamata roccia o fulignata per la grande quantità di confetti che la decoravano e che venivano da Foligno. La stessa ciambella era preparata anche in periodi al di fuori della Pasqua quando si trasportava su un biroccio la camera della sposa. Doveva andare come dono all’uomo che guidava il biroccio. Altri dolci pasquali maceratesi sono i caciù a forma di ravioli con ripieno di legumi. Solo notizie frammentarie si hanno della rècina, dal nome dell’antica colonia romana Helvia Recina o Ricina. La rècina era una focaccia a forma di panettone senza canditi preparata con farina, uova, zucchero, lievito, cannella. mistrà e alchermes coperta da una glassa di albume e zucchero. Oltre alle cresce dolci o al formaggio come quelle citate dal Leopardi, era usanza preparare in casa la colomba o palomba o palomma. Tutti i dolci citati sono tratti da “La cucina marchigiana tra storia e folklore“, di Nicla Morresi, Aniballi Editore e chi volesse cimentarsi trova la ricetta nel libro. Le uova accumulate in dispensa durante la Quaresima non servivano solo in cucina e rassodate, venivano colorate per addobbare la tavola. Una tradizione pasquale diffusa nelle campagne anche marchigiane, era infatti quella dell’uovo sodo pintu”. Esso veniva decorato avvolgendolo di foglioline e fiorellini di campo, e di carta colorata in modo che delle foglie e dei fiori ne restasse l’impronta sul guscio. Una volta ultimata questa operazione veniva messo nell’acqua a bollire. Diventava di colore viola se fatto bollire con le viole mammole, verde o rosso se si usavano rispettivamente l’ortica, il prezzemolo o le rape. Volete provare a preparare le uova “pinte“? Io le ho già fatte, come ho raccontato su Ciaffi.

Seppure virtuale, è il mio regalo,

uova pinte per i miei affezionati lettori e lettrici!

Sono per voi!Quale preferite?:-)

uova3.jpg

Buona Pasqua a tutti!

la vostra Giovi

by giovi

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1 Response to “Le uova toste di Giacomo Leopardi”



  1. 1 La Pasqua del Leopardi « NotOnlyCurriculumVitae Trackback su 2 gennaio 2012 alle 19:07
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