Archivio per febbraio 2008

Dante Ferretti, un compleanno da Oscar

February 26, 2008, 4:41 pm

Dante Ferretti non avrebbe potuto festeggiare in modo migliore il suo 65esimo compleanno. La notte degli Oscar lo ha infatti premiato con la seconda statuetta, assieme alla moglie Francesca Lo Schiavo, per la scenografia di “Sweeney Todd” di Tim Burton. Un premio, questa volta, del tutto inaspettato come ha ammesso lui stesso, e per questo probabilmente ancora più bello di quello vinto nel 2005 per la scenografia di “The Aviator”, di Martin Scorsese.
Un premio che inorgoglisce Macerata, la sua città.

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2005…

…2008
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E ora tutti aspettano la sua Carmen allo Sferisterio.

Di seguito, l’intervista rilasciata a Quotidiano.net.

Los Angeles, 25 febbraio 2008 –

Dante Ferretti ha vinto la statuetta per la miglior sceneggiatura nel film di Tim Burton ‘Sweeny Todd’. Scherza felice per la vittoria, insieme alla moglie Francesca Lo Schiavo. ”Dovremo far rinforzare la mensola del cammino: dovrà reggere quattro Oscar”
E’ giunta inaspettata questa vittoria. Non ci speravano. ”Ero sicuro al cento per cento che l’Oscar venisse dato a ‘Il Petroliere’ – afferma Ferretti – Sono rimasto veramente sorpreso quando ho sentito il mio nome. Non mi ero preparato neanche il discorso”.
Dal palco del Teatro Kodak Ferretti ha tenuto a ringraziare soprattutto il regista Tim Burton: ”E’ un regista fantastico”. Ha ringraziato anche il protagonista Johnny Depp. E la Academy.
”Spero di non avere dimenticato nessuno – afferma pochi minuti dopo avere vinto l’Oscar – non mi ricordo più che cosa ho detto”.
Ferretti è giunto a Los Angeles da Boston, dove sta lavorando al nuovo film di Martin Scorsese. Proprio con Scorsese aveva vinto il suo primo Oscar con ‘L’Aviatore’. ”Durante il discorso di ringraziamento temevo di cadere in una gaffe – spiega Ferretti – Temevo di confondere Scorsese con Burton e ringraziare il regista sbagliato”. Una possibilità comprensibile visto l’intenso legame di collaborazione tra Ferretti e Scorsese.
Ma anche con Burton ha lavorato molto bene. ”All’inizio le scenografie di ‘Sweeney Todd’ dovevano essere create via computer – spiega l’art director – poi abbiamo deciso di costruire scenografie reali.
Doveva essere una Londra tenebrosa. Abbiamo creato quasi tutto in bianco e nero, facendo una eccezione per il rosso: il colore del sangue, del giudice e della casa”.
”Lavorare con Tim Burton è stata una cosa veramente fantastica – aggiunge Ferretti – E’ un grande artista e già avere la possibilità di lavorare con lui è un premio. Mi ha aiutato ad aprire ancora di più la mia visione, ad approfondire la mia conoscenza del tema da sviluppare. Una grande esperienza”.

Ma resta la incredulità, in Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, per un successo agli Oscar tante volte sfiorato e così spesso non raggiunto. ”Abbiamo accumulato sedici candidature in famiglia – afferma Ferretti – e adesso sono venuti anche quattro Oscar”. Troppe volte in passato avevano visto premiare colleghi con un lavoro inferiore per l’effetto domino di un film che vince in tutte le categorie anche dove non meriterebbe.

”Questi Oscar adesso non ce li può portare via nessuno – afferma Francesca – ma non avrei mai pensato che questo potesse essere l’anno buono”.
”Questa seconda vittoria è forse ancora più bella della prima – afferma Ferretti – ma non faccio ingiustizie. Per me questi Oscar sono due gemelli. Dopo il successo con ‘L’Aviatore’ è una conferma dell’apprezzamento per il nostro lavoro. Una cosa che mi fa molto piacere”.
”Dedico questo Oscar a tutte le persone che fanno il mio mestiere”, prosegue Ferretti che si è fatto prestare dalla moglie anche il secondo Oscar e dopo averli ammirati in silenzio comincia scherzosamente ad alzare le braccia, usandoli come pesi in palestra, ancora quasi incredulo che i due ‘gemelli’ non siano finiti nelle mani rapaci de ‘Il Petroliere’.

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Per saperne di più:

Ferretti inizia la sua carriera cinematografica come assistente nel film “Il Vangelo secondo Matteo” (1964) di Pier Paolo Pasolini, con il quale continua a lavorare, questa volta in qualità di scenografo, in opere importanti come “Medea” (1969), “Decameron” (1971), “I racconti di Canterbury” (1972), “Il fiore delle mille e una notte” (1974) e “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975).
Si trova quindi a collaborare con numerosi altri registi italiani, tra i quali Elio Petri, Marco Bellocchio, Liliana Cavani, Luigi Comencini, senza dimenticare Federico Fellini, la cui arte era totamente opposta a quella realista di Pasolini. Con Fellini Ferretti lavora per “Prova d’orchestra” (1979), “La città delle donne” (1980), “E la nave va” (1983), “Ginger e Fred” (1986) e “La voce della luna” (1990).
Circa verso la metà degli anni ’80, Ferretti comincia ad essere chiamato a lavorare al di fuori del panorama cinematografico italiano. La sua prima prova internazionale arriva nel 1986, quando collabora con il regista Jean-Jacques Annaud per la versione cinematografica de “Il nome della rosa”, tratto dal romanzo omonimo di Umberto Eco. Nel 1989 e nel 1990 ottiene due nomination all’Oscar, insieme alla moglie, Francesca Lo Schiavo, sua abituale collaboratrice, per il suo lavoro ne “Le avventure del Barone di Munchausen” dell’ex-Monty Python Terry Gilliam e dell'”Amleto” di Franco Zeffirelli.
Debutto a Hollywood con Martin Scorsese, conosciuto anni prima a Cinecittà, sul set del film di Fellini (di cui Scorsese era un grande ammiratore) di “La città delle donne”, per il quale diventerà un collaboratore indispensabile, per il film “L’età dell’innocenza”, che gli vale la terza nomination dell’Academy. La quarta arriva nel 1994 per “Intervista col vampiro” di Neil Jordan.
La collaborazione con Scorsese intanto continua con altri film, quali “Casino”, “Kundun” (scenografie e costumi che gli valgono la quinta candidatura), “Gangs of New York” (per il quale ha ricostruito la New York di fine ‘800 nei teatri di posa di Cinecittà) e “The Aviator” che frutta a lui e alla moglie Francesca Lo Schiavo l’ambita statuetta.

by Matteo Zallocco

Abbazia di Monastero, un’occasione mancata

February 19, 2008, 3:47 pm

Oggi siamo lieti di ospitare un contributo che ci ha spedito il Sign. Eno Santecchia. E così con lui riprendiamo il viaggio nella provincia maceratese. Guardando le foto mi è venuta voglia di essere in quel luogo che Eno ci descrive. Si tratta dell’Abbazia di Santa Maria in Insula (oggi San Salvatore) di Cessapalombo, sita a Monastero, a pochi metri dalla strada provinciale 91 che da Pian di Pieca conduce a Fiastra. La prossima volta che sarò in zona, mi fermerò di certo. Buona lettura!

Riprendiamo il viaggio nella provincia maceratese in compagnia di Eno Santecchia.

Se non richiamasse all’attenzione per il campanile a vela e per il triforio del lato sud, sembrerebbe un casolare in disuso. Infatti, prima del suo abbandono definitivo, fu adibita a casa colonica e magazzino. Invece è un’abbazia che deve aver svolto un ruolo attivo nella formazione dell’Europa medioevale da parte degli ordini monastici. Si tratta dell’abbazia di Santa Maria in Insula (oggi San Salvatore) di Cessapalombo, sita a Monastero, a pochi metri dalla strada provinciale 91 che da Pian di Pieca conduce a Fiastra. Questa struttura nacque a cavallo tra il X e l’XI secolo, edificata – si dice – per opera di San Romualdo, probabilmente con materiali derivanti da una villa romana, usata in seguito come fortificazione a difesa dalle incursioni barbariche. L’architettura della chiesa è stata definita benedettina con inclinazioni ravennati o “adriatiche”, una cultura figurativa che trae origini dall’arte romana con sperimentazioni bizantine, interessata anche alle forme e alle curve orientali. La cripta possiede delle colonne in arenaria, munite di pregevoli capitelli scolpiti, tra i più antichi delle Marche. Il monastero si trovava lungo percorsi commerciali e spirituali, sull’itinerario che attraversava i Sibillini per giungere a Roma, ai confini dell’influenza delle potenti abbazie benedettine di Farfa e Casauria che possedevano ampi territori nelle Marche. Dai suoi 434 m s.l.m. dominava la vallata del Fiastrone, per certi versi il convento era meno isolato di oggi. Fu danneggiato dai forti sismi del 1279, del 1799 e altri, subendo numerosi rimaneggiamenti, anche grossolani, che hanno stravolto lo stile originale. Un’abbazia interessante dal punto di vista storico-architettonico, oggetto delle tesi di laureandi delle facoltà di Architettura dell’Università di Roma (Simona Raponi), di Firenze (Adriana Malpiedi) e di Pescara che hanno dovuto affrontare la scarsità di dati documentali verificabili, se non inesistenti. Una serie di circostanze ha fatto sì che l’antico monastero non sia mai stato restaurato razionalmente e ancora oggi resti inagibile e dimenticato dai più. Padre Natale Sartini, frate minore e parroco di Monastero con la passione per gli scavi, s’impegnò a ridare vita a questi luoghi abbandonati, segno di un’intensa spiritualità.

Panorama dall’Abbazia

Negli anni ’60 e ’70 fece tutto il possibile per riportare alla luce tutta l’abbazia, compresi i ruderi dell’ala nord sepolti dalla terra, per restaurarla e renderla agibile. L’energico frate favorì la costruzione di strade tra cui la Monastero – San Liberato e riaprì la grotta dei Frati. A causa della mancanza di fondi e di un progetto organico, riuscì solo in parte nell’intento: fu lasciato solo dalla Soprintendenza. La gente del luogo, invece, collaborò con diverse giornate lavorative. In quel periodo le monache Clarisse di Fermo ottennero di trascorrere nella parte abitabile dell’abbazia alcune settimane di vacanza per motivi di salute, ciò fino all’inizio degli anni ’70 quando costruirono un’abitazione vicino l’abbazia. Dall’inizio degli anni 1980 quando padre Natale partì, chi voleva visitare quest’abbazia la trovava chiusa: era utilizzata in parte solo nelle domeniche estive. Negli anni ’90 l’apertura estiva non fu più attuata, l’utilizzo fu ridotto al minimo e fu visitata solo da qualche gruppo di scout e dai ragazzi della gioventù francescana. Se si esclude il restauro del tetto, da quel periodo in poi non sono stati più eseguiti altri lavori per il consolidamento strutturale dello stabile. Gli ostacoli insuperabili sono stati il disinteresse anche da parte della Curia di Camerino, la mancanza di fondi e di un idoneo progetto. Coloro che avevano a cuore il restauro del monastero seguirono vari percorsi, mantenendo contatti frequenti per sensibilizzare la Soprintendenza e la Curia, cercarono fondi presso le banche e le comunità interessate alla riapertura. Nel 1996 fu interpellata la “Comunità Incontro” di don Pierino Gelmini, il quale accolse con entusiasmo la proposta di aprire un centro a Monastero, comprendente l’abbazia benedettina – camaldolese e la casa delle monache Clarisse (messa in vendita). Il sacerdote, rimasto colpito dalla bellezza del luogo e degli interni, ma anche dallo stato di abbandono, propose alla Parrocchia un contratto di comodato d’uso gratuito della durata di cinquanta anni. In cambio la Comunità Incontro s’impegnava al restauro completo del monastero e alle spese di manutenzione. Dava alla Parrocchia la facoltà di utilizzare la chiesa e la cripta quando voleva e s’impegnava a tenere aperta l’abbazia ai visitatori. Nelle trattative pesò la mancanza di fiducia reciproca, l’impossibilità oggettiva di stabilire dei termini di tempo per il completo restauro, e l’avversione apparentemente immotivata nei confronti di questo progetto. Purtroppo non si concluse nulla: la durata del comodato fu considerata troppo lunga e gli interessati chiedevano assicurazioni sulla conclusione dei lavori di restauro. L’Amministrazione Comunale di Cessapalombo preferì dedicarsi ad altri siti. Il comodato dell’antica abbazia fu preso “d’ufficio” da ragni, topi e pipistrelli. Finché giunse il terremoto del 1997 che danneggiò ancora di più lo stabile, aprendo numerose crepe nell’abside e nella cripta rendendola inagibile. Nell’elenco delle opere da restaurare in seguito al sisma è stata collocata al n. 998: troppo indietro rispetto alla gravità della situazione e ad altre chiese che avevano subito danni minori. Il progetto di restauro post-sismico fu stilato dallo studio dell’arch. Giuseppe Bocci. Nel frattempo i costi si erano lievitati a causa di altri lavori, resisi indispensabili, anche in seguito alla stesura della tesi di laurea della dr.ssa Simona Raponi. Questi eventi sfavorevoli hanno fatto sì che al momento di finanziare il restauro non fossero più disponibili i quasi ottocentomila euro necessari. Anche il progetto inteso a realizzare un punto d’appoggio del Grande Anello dei Sibillini, per rilanciare la piccola frazione rimasta con una trentina di abitanti, non ha avuto seguito. Comunque l’itinerario di 120 km per ammirare gli ambienti naturali, i paesaggi e il patrimonio storico culturale del parco Nazionale dei Sibillini, segnalato e articolato in nove tratti, passa a Monastero.

Da oltre un decennio, nella casa dove trascorrevano le vacanze le monache Clarisse fermane ha sede un centro della Comunità Incontro di don Pierino Gelmini. Alcuni ragazzi stanno uscendo dalla crisi esistenziale, superando il materialismo e l’ingannevole consumismo per comprendere il giusto senso della vita nella tranquillità bucolica della zona. Nella comunità si svolgono settimanalmente tre riunioni serali inerenti la casa, il lavoro e la formazione. In quest’ultima si tratta dei precetti della vita nel rispetto dei principi del vangelo, delle difficoltà e delle prospettive per il futuro. I residenti svolgono piccoli lavori di muratura, artigianato (producono icone e oggetti vari), dipingono, coltivano l’annesso orto, preparano la legna ed eseguono lavori di giardinaggio. I ragazzi tengono molto all’ordine perché da questo ne consegue un migliore assetto interiore della persona. Mi auguro che qualcuno raccolga l’eredità del buon padre Natale Sartini e s’interessi al restauro dell’abbazia per riportarla al suo antico splendore. Inoltre concordo con l’architetto Adriana Malpiedi quando nella sua tesi di laurea “San Salvatore di Monastero: Storia di una’Abbazia Romualdina nelle Marche” auspica che sia avviata una campagna di scavi archeologici sul lato sud dell’attuale edificio dove sarebbero sepolti i resti dell’antico monastero.

Eno Santecchia

by giovi

Aggiungi un blogger a cena

February 14, 2008, 1:01 am

Cresce la famiglia dei bloggers marchigiani e diventano piu’ frequenti le occasioni di incontri per conoscersi di persona davanti ad un caffè o ad una birra come è capitato la scorsa setimana a Porto Recanati per una Innovation Beer. Prossima cena, segnatevi la data, 14 marzo 2008 presso l’Enoteca Sorelle DalPiano delle blogger enotecare Patrizia DalPiano e sua sorella. Se passate da Osimo andate a trovarle in enoteca. Stavo riflettendo sul fatto che nelle Marche c’è una concentrazione notevole di bloggers che scrivono di cibo, di ricette e/o di alimentazione. Sulla base delle mie conoscenze e dai food-blogs che leggo, ecco una rapida ricognizione. Comincio con Antonio Tombolini che sono davvero felice di aver conosciuto diversi anni fa. Antonio non ha bisogno di presentazioni, credo che sia stato uno dei primi bloggers marchigiani, della sua grande passione per scrivere in rete di cibo e dintorni, lo sapete in molti. Patron della Simplicissimus Blog Farm, sua anche l’idea del wiki in progress in cui i food-bloggers possono segnalare la propria presenza. Forse se non lo avessi incontrato diversi anni fa non avrei conosciuto tante persone con cui poi ho cominciato a lavorare, a divertirmi, e a scrivere in rete,vero Franz? Non avrei iniziato a curare Trashfood e forse non sarei nemmeno qui ora a scrivere su questo blog. Da Continua a leggere ‘Aggiungi un blogger a cena’

Gli alberi monumentali del maceratese

February 11, 2008, 1:01 am

Ricorderete il rompicapo della cartina tratta dal libro: “Marche, cinquanta alberi da salvare” di Valido Capodarca. Vinse Daniele Defelice e scrissi questo post sugli alberi monumentali delle Marche. Veri monumenti centenari della natura.

Immaginerete quindi la mia sorpresa quando l’autore del libro, proprio il Prof.Capodarca ci ha contattato e ci ha informato che prossimamente uscirà un suo nuovo libro “Alberi Monumentali delle Marche“, Scocco e Gabrielli editori, di Macerata. Il Prof.Capodarca è marchigiano è nato infatti a Porchia, frazione di Montalto Marche, e si è laureato in Lingue e Letterature Straniere Moderne presso l’ Universita’ di Macerata. La sua attivita’ letteraria prende avvio nel 1983 quando, da quella che era inizialmente una ricca raccolta di fotografie monotematiche, viene realizzato (e pubblicato dalla Casa Editrice Vallecchi, di Firenze) il volume ‘Toscana, cento alberi da salvare’, che puo’ essere considerato il primo libro mai pubblicato al mondo avente come protagonisti i ‘Grandi Alberi’. A quel libro ne sono seguiti altri. Protagonisti sempre loro, gli alberi, definiti anche ‘I Patriarchi Verdi’.
Nella sua nuova pubblicazione “Alberi Monumentali delle Marche”, che conterrà 330 foto a colori, verranno presentati e raccontati cento alberi di cui trenta sono della provincia di Macerata. Vi saranno la seconda Quercia delle Marche, inferiore solo a quella di Passo di Treia, un paio di bellissimi e giganteschi Pioppi, una robinia e perfino un ailanto. Tra gli alberi monumentali la Castagna de Menecola, in provincia di Ascoli Piceno, record regionale di circonferenza di fusto con m. 11,57.
Il nuovo libro si occuperà anche dei giganti perduti, cioè della fine di 14 dei vecchi cinquanta alberi raccontati nel suo primo libro. 4 di questi erano in provincia di Macerata. Rispetto alla versione precedente, non ci sono piu’ la quercia de lu Cuccu a Ussita né la Quercia di Villa Cimarella a Macerata. Nel 2006 si è schiantata al suolo la Quercia di Santa Cassella a Potenza Picena. Scomparso il Faggio di Montegemmo a Fiuminata, Lu Faggiu de fifì, dal soprannome del suo proprietario, che fu anche sindaco di Fiuminata.
In attesa dell’uscita della pubblicazione, il prof.Capodarca ci anticipa alcune foto dei vecchi alberi che troveremo nel nuovo libro. Tra tutte ho scelte queste e ringrazio di nuovo l’autore che spero di conoscere presto in occasione delle prossime presentazioni.

Quercia monumentale a Sforzacosta

La Quercia di Macerata, Via dei Velini;

Il Faggio di Sassotetto

Il Cedro Crozza

by giovi

Giuseppe Garibaldi a Macerata

February 4, 2008, 9:10 pm

La figura di Giuseppe Garibaldi, due mesi dopo i duecento anni dalla nascita, viene celebrata in questi giorni a Macerata grazie ad un’iniziativa del Comune, dell’Associazione mazziniana italiana (Ami) e dell’Archivio di stato. Le mostre si snodano nelle sale degli Antichi Forni e sono visitabili fino al 7 febbraio (ore 10/12; 16/19). “La vita e l’opera di Garibaldi”, a cura dell’Ami, illustra con una serie di pannelli le fasi salienti della vita del condottiero. “La creazione dell’eroe: Garibaldi dalla storia al mito”, curata dall’archivio di Stato di Macerata, è invece la riproposizione della mostra, gia’ allestita per la IX edizione di “Cartacanta” 2007, in cui viene illustrato il periodo della Repubblica romana del 1849, quello dell’ Unita’ d’ Italia ed in particolare le manifestazioni svoltesi a Macerata ed in provincia in occasione del primo centenario della nascita. La terza, allestita dalla Pinacoteca comunale, è la documentazione fotografica sul restauro del monumento a Giuseppe Garibaldi realizzato dal Comune di Macerata. Alla sua realizzazione ha collaborato l’impresa edile Gianni Crescimbeni che ha messo a disposizione gratuitamente il supporto meccanico per lo scatto delle foto.


Piazza Garibaldi, Macerata

Sapevate che prima il monumento si trovava qui

Giuseppe Garibaldi arrivò a Macerata, il 10 dicembre 1848.Sostò alla locanda della Pace, vicino alla Chiesa di San Giorgio. Ripartiti per Roma, Garibaldi e Masina si fermarono a Tolentino; diversi abitanti del luogo li accompagnarono per un lungo tratto di strada. A Roma Garibaldi subì il degrado da generale a colonnello; quindi fece rotta, con 400 seguaci, a Macerata. Ufficialmente Garibaldi e la sua legione erano destinati al porto di Fermo (attuale Porto San Giorgio). A Macerata si era già diffusa la voce della venuta della legione; la municipalità che temeva di doversi sobbarcare il mantenimento dei 400 uomini, inviò una commissione, guidata dal gonfaloniere Ricci, per accertarsi della realtà dei fatti e soprattutto per valutare il comportamento dei soldati. La commissione ricevette un’impressione positiva; Garibaldi e i suoi compagni attraversarono il passo di Colfiorito, dormirono sulla paglia a Serravalle del Chienti; a Tolentino furono ospitati in diversi edifici, tra cui la casa del conte Silveri, dove passarono la notte di Capodanno. Verso mezzogiorno del primo dell’anno, Garibaldi giunse a Macerata, dove si incontrò a Porta Romana, con le bande maceratesi Hercolani e Gianfelici. Garibaldi assicurò subito i presenti che le sue truppe erano composte da fratelli italiani e non da assassini o ladri e che la legione era al servizio della Repubblica. A Macerata operava il Circolo popolare, che appoggiava Garibaldi; dietro le insistenze di questo e di altri cittadini maceratesi, la legione, che doveva ripartire l’indomani mattina per Fermo, ottenuto l’assenso da Roma, si fermò a Macerata qualche giorno di più. La legione era accasermata nell’ex convento di San Domenico, ora sede del Convitto nazionale. Appena ricevuto il placet da Roma, Garibaldi spedì subito il sottotenente Zannucchi al porto di Fermo, per ritirare gli effetti del casermaggio, che il Governo di Roma aveva promesso al generale. Il commissario all’approvvigionamento della legione garibaldina, Mantegazza, trovò difficoltà nelle forniture; Garibaldi, probabilmente una volta giunto a Rieti, si lamentò delle calzature fornite alla legione, perché “la marcia le aveva ridotte tutte a niente, ancorché furono pagate esorbitantemente, cioè paoli 11”. Sotto accusa anche la qualità del pane, che era stato somministrato da un subappaltatore della fornitura generale militare. I legionari respinsero il pane come nocivo alla salute. Ma se il soggiorno a Macerata permetteva alla truppa di equipaggiarsi, dall’altra parte allontanava sempre di più Garibaldi da Roma, dal suo sogno di una capitale libera dal Papa e alla guida dello Stato unitario italiano. Si faceva quindi strada il progetto propugnato da Garibaldi, di far stanziare le legione a Rieti, una città più vicina alla capitale. Il 13 gennaio il ministro delle Armi della Repubblica romana, dopo essersi assicurato, con un trattato, l’aiuto di Carlo Alberto di Savoia, ordinò il trasferimento della legione da Macerata a Rieti. Il circolo popolare chiese però di far rimanere ancora la legione a Macerata come corpo di polizia, in vista delle elezioni dei rappresentanti alla Costituente, l’assise che avrebbe dovuto varare la Costituzione. Il governo di Roma avvertì il Comune di Rieti di aver accordato ai maceratesi il favore che la legione partisse subito dopo le elezioni, fissate per il 21 gennaio 1849. Il generale si trattiene a Macerata fino al 23 gennaio; alle elezioni risultò tredicesimo su sedici eletti (in pratica fu votato solo dalle sue guarnigioni): il risultato lo raggiunse poi a Rieti. La notte delle elezioni, 22 gennaio 1849 un gruppo di trenta – quaranta persone a Borgo San Giovanni battista (oggi corso Cairoli) lanciò grida di “Viva Pio IX, morte al generale Garibaldi e ai suoi legionari”. L’ordine e la calma furono ripristinati prima che i legionari giungessero al borgo; Garibaldi, avvertito della sommossa, riuscì a placare gli animi dei legionari, che volevano passare alle vie di fatto. Insieme a Garibaldi, all’alba del 23 gennaio partirono anche i legionari, diretti alla volta di Rieti. Affettuoso fu il saluto del Circolo Popolare; in cambio il generale promette di dedicare a Macerata “il primo fatto d’armi della legione costituitasi nella città marchigiana, in cui potrà dirsi che ha ben meritato della patria”. La lettera di saluto di Garibaldi, oggi la troviamo scolpita in una lapide nel palazzo comunale di Macerata. Nella fase conclusiva dell’esperienza della Repubblica romana, nel 1848 – 49, un certo numero di volontari, specialmente da Macerata e Camerino, accorsero alla difesa di Roma; ben diciassette maceratesi morirono e i loro resti oggi sono conservati nel sacrario del Gianicolo a Roma. Garibaldi, mantenendo la sua promessa, dedicò a Macerata la sua prima vittoria militare ottenuta, nello scontro di Porta San Pancrazio, il 30 aprile 1849 a Roma.
(Tratto dal libro di Pietro Pistelli, “Garibaldi nelle Marche” Maggioli editore.)

by Matteo Zallocco


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