La gola di Giacomo Leopardi

December 8, 2005, 5:06 pm


Palazzo Leopardi-Recanati (MC)

Continua il viaggio tra le passioni gastronomiche di Giacomo Leopardi. Ne troviamo traccia in diverse delle sue lettere e opere. Dopo la citazione dei fichi secchi e della lonza che si prepara con questi ingredienti, è la volta della Spalla di San Secondo, un alimento dalla lunga storia. Viene citata nella corrispondenza tra Giacomo Tommasini e Giacomo Leopardi nel 1827.

La qualità di buongustaio e di esperto di cucina dell’autore è confermata anche da un documento autografo, consultabile presso il Centro mondiale della poesia e della cultura di Recanati. L’elenco compilato dal poeta a Napoli, è composto da ben 49 portate tra cui: Zucche o insalate con ripieno di carne, erbe strascinate, frittelle di semolino, pasticcini di maccheroni o maccheroncini, di grasso e di magro cervelli fritti al burro in cibreo. Il cibreo, un intingolo semplice e delicato,era consigliato alle signore di stomaco svogliato e ai convalescenti. E se aveste la curiosità di assaggiare gli abbinamenti graditi al poeta si potrebbe anche ripetere la serata conviviale svoltasi un paio di anni fa a Montecosaro, in provincia di Macerata.

Il poeta era anche molto goloso di dolci, al punto da non sapersi frenare. In particolare aveva un debole per i confetti, i suoi preferiti erano i cannellini di Sulmona. Confetti piccoli, un pò arcuati come fagioli bianchi, dentro un filino scuro di cannella. Giacomo Leopardi, tra i letterati è anche considerato uno dei più ghiotti di sorbetti e di gelato. Nel verso: “quella grand’arte onde barone è Vito”, il poeta si riferisce ad un “maestro gelatiere” che si chiamava Vito Pinto e alla sua fama tale da fargli raggiungere il titolo di Barone.

Infine sulle cause della morte di Giacomo Leopardi non si è mai raggiunta una certezza assoluta. Il colera che infieriva su Napoli in quel fatale 1837, è stato finora considerato da molti studiosi la causa più probabile della sua prematura scomparsa. Altre ipotesi non sono mai mancate, anche le meno verosimili.

Alcuni hanno parlato addirittura di paste alla panna, avariate, mentre altri di una forma di pericardite, ma l’ipotesi ufficiale rimaneva quella di Antonio Ranieri che accusava invece un’ idropsia. Altri studiosi hanno parlato delle conseguenze di una indigestione per aver mangiato una gran quantità di confetti. In base all’indagine del prof. Gennaro Cesaro sarebbe stata, inconsapevolmente la sorella di Antonio, Paolina Ranieri, a provocare quella morte, donando al poeta, il 13 giugno, tre confezioni di confetti di Sulmona. Forse per attenuare gli effetti dell’indigestione, era stata data al Poeta una tazza di brodo caldo di pollo e una limonata fredda responsabili di una congestione letale?

A questo proposito il Ranieri scrive che Leopardi la notte avanti il 14, aveva sgranocchiato tre libbre (963 grammi) di confetti di Sulmona. Era già scodellata la minestra. Ed egli postosi a sedere a mensa piu’ gaio del solito, n’aveva già tolte due o tre cucchiaiate, quando rivòltosi a me che ero seduto allato: Mi sento un pochino crescere l’asma – mi disse – si potrebbe riavere il Dottore?.

Fonte: Classici Italiani.

by giovi

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  1. 1 A tavola con Giacomo Leopardi « NotOnlyCurriculumVitae Trackback su 2 gennaio 2012 alle 18:53
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